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Familiarizzare con il rischio di Suicidio: una breve panoramica.

A cura del Dr. Tommaso Imperio

 

 

 

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che ogni anno nel mondo circa 880.000 persone muoiono per suicidio (World Health Organization, 2014). 

In Italia i morti per suicidio sono oltre 4000 ogni anno.

Queste stime a grandi linee segnalano un decesso per suicidio ogni 40 secondi e un tentativo di suicidio ogni 3 secondi. 

I tentativi di suicidio, infatti, sono da 10 a 20 volte superiori al numero dei suicidi portati a termine.

Questa premessa doverosa, ci fa riflettere su quanto il suicidio sia un fenomeno largamente diffuso nella popolazione, al punto da essere considerato la seconda principale causa di morte in un età compresa tra i 14 ed i 29 anni, ed anche una tra le principali cause di morte tra i 18 ed i 44 anni, in ambo i sessi.

Colpisce come il rischio di suicidio venga frequentemente ascritto alla diagnosi di depressione, mentre poca e scarsa attenzione è data alle caratteristiche della crisi suicidaria in se.

Non c'è dubbio che la depressione, o meglio l'umore depresso, sia un elemento contribuente allo sviluppo del dolore mentale, anticamera per la messa in atto di un suicidio.

Fu Edwin Shneidman, psicologo clinico statunitense e padre della suicidologia, il primo a proporre un modello del suicidio basato sul dolore mentale insopportabile (psychache). 

Secondo la sua teorizzazione l’individuo in crisi vede il suicidio come miglior metodo per risolvere il dolore mentale divenuto insopportabile, che non lascia altra via di uscita se non la morte.

Il suicidio è il risultato di un dialogo interiore. 

La mente passa in rassegna tutte le opzioni possibili che possano placare il dolore mentale, quando emerge l’idea del suicidio la mente lo rifiuta e

continua la verifica delle opzioni. 

Qualora tuttavia non si riesca a trovare una soluzione soddisfacente alla risoluzione del dolore, il suicidio si ripropone, fin quando la mente accetta il

suicidio come soluzione, lo identifica come l’unica risposta, l’unica opzione disponibile, dunque lo pianifica.

L’individuo sperimenta uno stato di costrizione psicologica, una visione tunnel. 

Emerge il pensiero dicotomico, ossia il restringimento del range a due sole opzioni (veramente poche per un range): avere una soluzione specifica e totale (quasi magica) oppure la fine (suicidio).

Il suicidio è meglio comprensibile non come desiderio di morte, ma come cessazione del flusso di idee, ovvero la completa cessazione del proprio stato di coscienza e dunque la risoluzione del dolore psicologico insopportabile.

Il nostro obiettivo deve dunque essere quello di rendere più tollerabile tale dolore mentale.

In primo luogo, è fondamentale parlare del suicidio con i pazienti. 

Le domande da porre devono mirare a comprendere i sentimenti, il perché pensino che non valga più la pena vivere.

È sempre bene indagare sulla pianificazione del suicidio, e sul metodo deciso per attuarlo.

Operare sul dolore mentale, significa anche avvalersi dell’aiuto dei trattamenti farmacologici specifici.

Gli antidepressivi sono stati sottoposti a notevoli indagini circa il loro impatto sul rischio di suicidio. 

Sebbene si ritenessero i principali ausili per ridurre il rischio di suicidio, alcune ricerche dimostrarono che essi potevano avere un ruolo nell’aumentare tale rischio.

Con il tempo si è chiarito che l’uso dell’antidepressivo è controindicato in soggetti a rischio di suicidio poiché peggiora proprio quei sintomi più temibili come l’agitazione, l’insonnia e in generale un senso di inquietudine interna.

L’uso dell’antidepressivo andrebbe dunque evitato nelle fasi acute di rischio di suicidio ove tutto è instabile e suscettibile di cambiamenti repentini.

La psicoterapia riveste un ruolo cruciale per la gestione del rischio di suicidio.

Essa si offre come spazio di riflessione e contenimento a supporto di quanti necessitano di parlare, essere compresi soprattutto nei momenti più difficili. 

Non è raro che i pazienti, in particolar modo coloro che vivono nell’unicità del proprio dolore e della propria inaiutabilità, non nutrano fiducia nell’intervento di psicoterapia. 

A fronte dell’arduo compito di aprire un varco nell’unicità del dolore individuale il terapeuta è chiamato a intervenire attraverso la messa in atto di un ascolto empatico.

Al fine dunque di agevolare la prevenzione di questo fenomeno, riporto per concludere l’acronimo che l’American Association of Suicidology ha coniato nel tentativo di sensibilizzare e familiarizzare con i segnali di allarme per il suicidio: 

“IS PATH WARM?” 

che letteralmente significa 

“Il sentiero è caldo?”.

L’acronimo IS PATH WARM? sta a significare:

(I) Ideation - threatened or communicated (ideazione suicidaria, minacciata o comunicata).

(S) Substance abuse - excessive or increased (abuso di sostanze, aumentato o eccessivo).

(P) Purposeless - no reasons for living; anhedonia (mancanza di una ragione per vivere, anedonia).

(A) Anxiety, agitation/insomnia (ansia, agitazione, insonnia).

(T) Trapped - feeling no way out; perceived burdensomeness (sentirsi in trappola, nessuna via di uscita, sentirsi di peso per se e gli altri).

(H) Hopelessness (disperazione).

(W) Withdrawal - from friends, family, society (ritiro dagli amici, dalla famiglia, dagli altri).

(A) Anger (uncontrolled)/rage/seeking revenge (rabbia, aggressività, cercare vendetta).

(R) Recklessness - risky acts, unthinking (comportamenti ad altro rischio, non curarsi di sé).

(M) Mood changes (dramatic) (rapidi cambiamenti dell’umore).

 

 

 

 

 

 

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